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Lo Smart Working secondo Tezenis e secondo me

L’altro giorno (venerdì 15 febbraio, ndr.) apro Facebook e mi balza all’occhio, non so nemmeno esattamente per quale strano incrocio fra me e l’algoritmo più blu della storia dei social, il post di Tezenis intitolato “Smart Working Mood”.

Ve lo riporto qui di seguito per chi si fosse perso questa succosa perla comunicativa.

Smart Working TezenisNon sono entrato subito nel vivo dei commenti e delle reazioni della fanbase, bensì mi sono interrogato sull’efficacia del post. E la risposta è che secondo me non ci siamo proprio!

Non poteva esserci niente di più misogino, maschilista, sessista e persino retrogrado.

Non so se il Social Media Manager sia scivolato “ingenuamente” su una buccia di banana, se sia caduto e abbia battuto la testa o cos’altro.  Oppure se invece si tratti di provocazione o persino di strategia.

Anche perché, quando finalmente ho trovato il “coraggio” di scrollare un po’ la pagina e godermi alcuni fra le centinaia di commenti – non molto lodevoli – mi sono accorto che non c’è alcuna risposta da parte di Tezenis, nessuna presa di posizione, di alcun tipo.

Vorrei a questo punto condividere con voi alcune riflessioni, prima di avviarmi all’esposizione della mia conclusione su questo caso.

Come ci si veste quando si lavora da casa?

Partiamo dall’assunto di base che sono anni, ancora prima che si sentisse parlare così assiduamente di Smart Working, che proliferano studi, ricerche e opinioni – magari anche scarsamente qualificate – che sostengono come ci si debba vestire quando si lavora da casa.

Sembra essere indubbio che prevalga la fazione anti-pigiama, dal momento che vestirsi e prepararsi come se si stesse uscendo per andare in ufficio pare essere una pratica che aiuti la mente ad essere più agile, sveglia e proficua, aumentando così la produttività.

Personalmente non opto per il pigiama, ma scelgo sempre la comodità (pantalone della tuta, maglietta, felpa, pantofole). Ovviamente questo se non devo lavorare in compagnia di altre persone o non dovevo comparire in call. Vi ricordo a tal proposito di come sia diffusa la leggenda metropolitana della camicia e della giacca e… sotto il vestito, per ricorrere ironicamente a una immagine del cinema, niente; ovvero sempre il comodo pigiama o pantalone della tuta.

Eppure, nonostante la mia scelta, non mi sembra di essere mai stato improduttivo.

Anzi questa comodità spesso stimola la mia creatività e il divano, a volte, mi spinge persino a fare le ore piccole davanti al pc, con risultanti che stupiscono persino me.

Lo Smart Working funziona? E come lo vivono i protagonisti (aziende e dipendenti)?

Una interessante ricerca internazionale presentata da Microsoft, intitolata Work.Reworked, ha fornito sul finire dello scorso anno una preziosa fotografia dello stato dell’arte dello Smart Working.

Mi concentrerò sull’Italia, visto che Tezenis fa parte del Gruppo Calzedonia, Società per Azioni italiana operante nel settore abbigliamento, oltre al fatto che sono molti i dati riportati sul Bel Paese.

Secondo la ricerca:

  • Il 77% delle imprese italiane ha adottato modelli flessibili di lavoro, rispetto al 15% del 2019.
  • Il 66% dei dipendenti continuerà a lavorare da remoto almeno un giorno alla settimana anche dopo la pandemia.
  • L’87% degli italiani ha riscontrato una produttività pari o superiore rispetto a quando lavorava in ufficio.
  • Il 71% è convinto che le nuove modalità “ibride” di lavoro comportino significativi risparmi in termini di costi.
  • Sei intervistati su dieci (64%) credono che garantire modalità di lavoro da remoto possa essere un modo efficace per trattenere i collaboratori migliori.

Non mancano chiaramente anche le difficoltà.

In modo particolare l’isolamento e la mancanza di relazione con i colleghi sono indicati come elementi che influiscono negativamente sulla condivisione e lo scambio di idee, quindi in sostanza anche sul tasso di innovazione.

Inoltre il 61% dei manager intervistati riconosce di aver avuto problemi a delegare in modo efficace e a supportare i team virtuali e il 63% confessa di avere difficoltà nella promozione di una forte cultura di squadra in questo scenario di remote working.

Per quanto mi riguarda, se da un lato l’isolamento forzato è stato un peso sul piano personale, dall’altro credo onestamente che non abbia influito negativamente sul mio lavoro. Ma questa è tutta un’altra storia.

Per concludere… Tezenis con lo Smart Working Mood hai toppato!

Pur essendo un fan della comodità – come del resto il 77% degli intervistati che ha ritenuto il potersi vestire in modo più casual uno dei principali benefici dello Smart Working – ritengo sinceramente che l’immagine definita da Tezenis come “Smart Working Mood” sia distorta, distorsiva e offensiva.

E per quanto riguarda l’aggettivo offensiva, trovo che lo sia tanto per le donne quanto per gli uomini. Perché concettualmente trasmette un’idea stereotipata e pregiudizievole dello Smart Working in generale. Come se lavorare da casa equivalesse a non fare nulla!

In sostanza, a mio modo di vedere, credo si tratti di EPIC FAIL, di quelli con tutte le lettere maiuscole, appunto! Poco conta se la protagonista della foto è Violeta Mangrinan, star dei social e della tv spagnola.

Lo reputo un errore di strategia grossolano. E vi spiego subito perché: non solo ha spinto gran parte della fanbase a ricredersi sul brand. Per me rappresenta, in aggiunta, un caso lampante di come in una strategia editoriale i contenuti debbano essere pensati in relazione non solo al brand, ma anche e soprattutto al contesto. Un contesto che, soprattutto nel caso di una pandemia globale come quella del Covid-19, non può certamente essere trascurato, con tutte le sue implicazioni correlate. In primis, in questo caso, quelle che riguardano lo Smart Working.

Marco Baruffato – Project Manager di BB Academy e Consulente di Comunicazione